Home FilmTimothée Chalamet racconta Dune 3: un capitolo “più inquietante” e i rimandi a Interstellar

Timothée Chalamet racconta Dune 3: un capitolo “più inquietante” e i rimandi a Interstellar

by Mauro Terrone

Timothée Chalamet ha descritto Dune 3 come il capitolo “più inquietante” della saga sci-fi diretta da Denis Villeneuve, e lo ha fatto con un paragone che dice molto sulle intenzioni: la stessa ambizione tonale dei grandi film capaci di inserire una deviazione inattesa dentro una cornice spettacolare.

Nel suo racconto, l’idea di Dune 3 che “assomiglia” a Interstellar e a Il cavaliere oscuro non è un gioco di citazioni, ma un modo per spiegare la scala del rischio creativo. Parlando di come ha affrontato Paul Atreides nel capitolo finale della trilogia, l’attore ha evocato performance che, in film molto popolari e dal respiro enorme, riescono a portare sullo schermo qualcosa di spiazzante, una scelta fuori traiettoria. Chalamet ha nominato Matthew McConaughey in Interstellar e Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro, aggiungendo anche Marlon Brando in Apocalypse Now. Subito dopo, però, si è corretto: ha riformulato, ridimensionando l’accostamento e chiarendo di non volersi mettere sullo stesso piano di quelle interpretazioni. Il punto, per lui, resta un altro: i “big movies” possono comunque permettersi un “curveball”, un colpo di lato che cambia l’aria a una storia.

Dentro questa cornice, Dune 3 viene presentato come un film disposto a osare. Chalamet lo definisce “un grande swing”, un tentativo ampio e non conservativo, e suggerisce un percorso per Paul più scuro e più sperimentale rispetto a ciò che il pubblico ha visto finora. Senza entrare in dettagli di trama, l’attore collega questo slancio anche al modo di lavorare sul set con Villeneuve: una collaborazione descritta come più fluida che in passato, con un ritmo trovato insieme durante le riprese.

Un’altra chiave, nel suo discorso, riguarda un’influenza interna alla saga: Oscar Isaac, interprete di Leto Atreides nel primo film. Chalamet ha spiegato di aver guardato al suo approccio “shakespeariano”, quindi più alto, più dichiaratamente teatrale, senza timore dell’enfasi. Sarebbe stata proprio quella libertà, osservata da vicino, a dargli la fiducia per prendersi “più libertà che mai” nella costruzione di Paul.

Il passaggio è ancora più netto se si considera il salto tra registri che Chalamet ha raccontato: dopo ruoli più naturalistici in film come Beautiful Boy e Call Me by Your Name, la scala del primo Dune lo aveva inizialmente intimidito. Con il ritorno sul terzo capitolo, invece, dice di aver abbracciato fino in fondo la libertà che una saga di questo tipo concede, soprattutto quando il world-building non è solo cornice, ma motore delle scelte degli attori. In questa prospettiva, la “grandezza” non è soltanto questione di set o spettacolo: diventa spazio di manovra, “freedom of movement and freedom of choice”, per arrivare a ciò che finisce davvero sullo schermo.

Dune 3 è atteso al cinema a dicembre, come conclusione della trilogia di Villeneuve. E, per come Chalamet lo racconta, l’ultima tappa non punta a chiudere in sicurezza, ma a spingersi dove i blockbuster più memorabili, ogni tanto, riescono a fare la cosa più difficile: sorprendere senza uscire dal loro stesso perimetro.

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