Claudio Santamaria è uno di quei volti che, nel cinema e nella serialità italiana, si riconoscono subito ma si “definiscono” con più fatica: non perché sia sfuggente, ma perché la sua traiettoria è costruita su cambi di registro continui.
Attore, interprete televisivo e doppiatore, ha attraversato generi e formati diversi, alternando ruoli popolari ad altri più complessi, fino a diventare un riferimento di versatilità nel panorama contemporaneo. Nato a Roma il 22 luglio 1974, Santamaria arriva alla recitazione dopo un percorso che include il Liceo Artistico e la formazione presso la scuola di Beatrice Bracco, un passaggio spesso citato quando si parla della sua solidità tecnica. Il cinema, però, è il primo grande terreno di crescita: l’esordio sul grande schermo risale al 1997 con Fuochi d’artificio, e nel giro di pochi anni il suo nome comincia a comparire in titoli molto diversi tra loro, tra fine anni Novanta e inizio Duemila. È una fase in cui si costruisce un’identità da caratterista e protagonista potenziale, con film come L’ultimo capodanno, L’assedio ed Ecco fatto, fino all’affermazione che passa anche da Almost Blue e L’ultimo bacio.
Da lì in poi la filmografia si stratifica: Santamaria entra in progetti che segnano l’immaginario di più pubblici, come Romanzo Criminale, e lavora anche in un set internazionale come Casino Royale. Negli anni successivi arrivano altri titoli fortemente legati al racconto del Paese e alle sue tensioni, come Diaz – Don’t Clean Up This Blood. Nel percorso recente compaiono, tra gli altri, Freaks Out e Gli anni più belli, mentre in sala è stato indicato anche con Il nibbio: un segnale di continuità, più che di “fasi”, in una carriera che non sembra cercare una sola etichetta.
Il punto di svolta più riconoscibile per il grande pubblico resta però Lo chiamavano Jeeg Robot, dove interpreta Enzo Ceccotti: un ruolo che gli vale nel 2016 il David di Donatello come Miglior Attore Protagonista, dopo due candidature precedenti. È una consacrazione che non arriva come “rottura” con il passato, ma come sintesi: fisicità, asciuttezza, capacità di tenere insieme durezza e vulnerabilità senza spiegare troppo.
Parallelamente, la televisione è stata un secondo binario costante. Santamaria ha preso parte a fiction e miniserie molto seguite, da La vita che verrà a Il sequestro Soffiantini, fino a Le cose che restano e Non è mai troppo tardi. Tra i ruoli televisivi più ricordati c’è anche quello di Rino Gaetano in Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu (2007), esperienza che si collega a un’altra sua area di interesse: la musica. È noto, infatti, che abbia lavorato anche sulla dimensione canora, e che abbia mostrato queste doti in più occasioni, inclusa una partecipazione al Festival di Sanremo 2019.
Se cinema e tv raccontano “il corpo” dell’attore, il doppiaggio ne mostra l’altra faccia: quella della voce come strumento di identità. Santamaria è stato la voce italiana di Christian Bale nella trilogia di Batman diretta da Christopher Nolan (Batman Begins, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro – Il ritorno) e ha doppiato Eric Bana in Munich. Inoltre ha continuato a essere la voce italiana di Batman anche in ambito animato, con The LEGO Movie e LEGO Batman – Il film. In un’epoca in cui la cultura pop è fatta anche di icone vocali, questo tipo di continuità lo rende riconoscibile pure fuori dai confini del cinema italiano.
Sul piano personale, è sposato con la giornalista Francesca Barra: i due si conoscevano dall’adolescenza, essendo entrambi originari della Basilicata, e si sono sposati nel 2018. Oggi vivono a Milano. Santamaria è padre di Emma, nata nel 2007 dalla relazione con Delfina Delettrez-Fendi, e di Atena, nata a febbraio 2022 dal matrimonio con Barra.
C’è poi un tassello meno prevedibile ma coerente con un immaginario legato alle storie: nel 2019 Santamaria e Francesca Barra hanno pubblicato il romanzo La giostra delle anime, un thriller sovrannaturale ambientato in Lucania, nato dall’interesse per tradizioni popolari, folklore e mistero.
Mettendo insieme questi elementi, la sintesi non è una “doppia carriera” ma una sola identità declinata in tre linguaggi: presenza scenica, racconto seriale e lavoro vocale. E forse è proprio qui il dettaglio che spiega la sua riconoscibilità: Santamaria non resta fermo nello stesso posto, ma rimane riconoscibile mentre cambia formato, tono e ruolo.













