The Martian è diventato un riferimento proprio per questo: un racconto di isolamento e ingegno, dove la scienza non è un contorno “da esperti”, ma il motore emotivo della storia. Ora, nel solco di quella stessa sensibilità, sta arrivando Project Hail Mary, adattamento del romanzo best-seller di Andy Weir pubblicato nel 2021, che al debutto si è posizionato al numero 3 della New York Times Best Seller list. E la domanda che rimbalza tra chi ama il genere è semplice: può un altro film nato dalla penna di Weir dare davvero del filo da torcere a The Martian?
Il punto di partenza, almeno sulla carta, invita al confronto. In Project Hail Mary Ryan Gosling interpreta Ryland Grace, un insegnante che si risveglia su un’astronave alla deriva nello spazio senza ricordare chi sia né perché si trovi lì. È un’apertura che mette subito in scena due tensioni: l’isolamento totale e il mistero. Grace deve ricostruire la propria identità mentre, memoria dopo memoria, riaffiora anche la dimensione più grande del suo compito: una missione legata a un problema scientifico da risolvere.
Come nel caso di Mark Watney in The Martian, anche qui la sopravvivenza passa dall’approccio razionale: esperimenti, tentativi, ragionamento. Ma Project Hail Mary non sembra impostato per “rifare” quel film battuta per battuta. La storia infatti si muove su una struttura che alterna presente e flashback, lasciando spazio non solo alla tenuta psicologica del protagonista, ma anche a un senso più ampio di scoperta: la fantascienza, qui, non resta chiusa in un’unica situazione.
È anche una differenza di accento tematico. Se The Martian viene spesso ricordato come una celebrazione dell’ingegnosità sotto pressione, Project Hail Mary sposta l’attenzione verso curiosità, comunicazione e il confine di ciò che una singola persona può comprendere da sola. Non significa “meno scienza”, anzi: il marchio di fabbrica di Weir resta l’enfasi sul problem-solving e sul ragionamento scientifico come strumento narrativo. Ma cambia la direzione della spinta: dalla pura resistenza all’apertura verso l’ignoto.

A rendere l’operazione particolarmente interessante è anche il profilo del cast e della regia. Il film è diretto da Phil Lord e Christopher Miller e vede, oltre a Gosling, Sandra Hüller, Milana Vayntrub e Ken Leung. La sceneggiatura è firmata da Drew Goddard e Andy Weir. L’uscita è fissata al 20 marzo 2026.
Gosling, dal canto suo, non è nuovo alla fantascienza: ha recitato in Blade Runner 2049 e in First Man. Con Project Hail Mary continua su un territorio che, per sua natura, richiede un equilibrio delicato: reggere da protagonista una storia dove l’azione non è solo esterna, ma spesso mentale, fatta di calcoli, scelte e solitudine. Se The Martian aveva trasformato la logica in spettacolo, Project Hail Mary sembra voler trasformare la logica in avventura di conoscenza, senza perdere la componente umana.
E poi c’è un dettaglio che pesa più di quanto sembri: l’aspettativa. Quando un autore vede un proprio romanzo diventare cinema dopo un precedente adattamento entrato nell’immaginario pop, ogni passo viene letto come un confronto diretto. Ma Project Hail Mary ha un vantaggio: non deve dimostrare di essere “il nuovo The Martian” per funzionare. Gli basta restare fedele a ciò che lo rende distinto: l’idea che nello spazio non si sopravvive solo con il coraggio, ma con la capacità di capire, e con ciò che può nascere quando la scoperta diventa l’unica via d’uscita.
Se reggerà davvero la competizione sul piano culturale e del pubblico lo dirà solo l’uscita in sala. Quello che è già chiaro, però, è che non si tratta di una semplice eco: Project Hail Mary nasce nello stesso universo di sensibilità, ma prova a cambiare traiettoria. Ed è proprio lì che può “dare del filo da torcere” a The Martian: non imitandolo, ma facendogli da pari, con un’altra forma di meraviglia.












