Ci sono film che non inventano un genere, ma riescono a farlo tornare desiderabile.
Eternity, nelle sale italiane dal 4 dicembre 2025 con I Wonder Pictures, appartiene esattamente a questa categoria: una commedia sentimentale-fantastica ambientata nell’aldilà, costruita con intelligenza “a monte” e “a valle”. A monte, perché l’idea è solida e lo script (firmato dal regista David Freyne insieme a Pat Cunnane) sa come trasformare una premessa potenzialmente astratta in un meccanismo narrativo chiaro. A valle, perché la messa in scena ha l’ambizione e il gusto di dare abiti giusti alle emozioni, puntando su un cast calibrato e su un’estetica in equilibrio tra futuro prossimo e suggestioni retrò.
La porta d’ingresso è già una dichiarazione d’intenti: Larry (Miles Teller) arriva nell’aldilà come “tutti”, in treno. Da lì passa in un’enorme sala d’attesa, una stazione ferroviaria che è anche limbo, dove ogni defunto può scegliere l’eternità che preferisce. Non c’è una struttura moralistica esplicita, né un paradiso e inferno rigidamente codificati, né una vera “valutazione” dei pro e contro della vita appena trascorsa. L’aldilà di Eternity è curioso e ambiguo anche sul tema dell’esistenza di Dio, e soprattutto è definitivo: una volta compiuta la scelta, non si torna indietro.
A guidare Larry dentro questa burocrazia ultraterrena c’è un’agente selezionata, Anna (Da’Vine Joy Randolph), presenza fondamentale perché porta sulla scena la voce e il volto dell’aldilà, ma con una qualità sorprendentemente umana. Larry, in vita, è stato con Joan (Elizabeth Olsen) per oltre sessant’anni; poi è morto in modo quasi beffardo, strozzandosi con un salatino. Quando Joan arriva poco dopo, l’idea di un “per sempre felici e contenti” si scioglie immediatamente: è qui che il film ingrana davvero, introducendo la variabile che trasforma la romantica continuità in un dilemma.
Nel limbo ferroviario, infatti, c’è anche Luke (Callum Turner), il primo marito di Joan, morto in guerra in Corea nei primi anni ’50, molto prima che lei incontrasse Larry. Luke non ha mai smesso di pensare a Joan e l’ha aspettata con ostinazione: sessantasette anni sospesi nella speranza di condividere con lei l’eternità. E adesso l’eternità è lì, “a scelta”. Ma non per tre.
La geometria del cast diventa allora l’idea forte di Eternity: tre più una. Tre cuori in tumulto (Olsen, Teller, Turner) e un elemento esterno che gestisce le regole del mondo (Randolph). Ma la lettura più interessante non è quella che separa i “tre” dall’aldilà: è quella che mette al centro Joan. Freyne orchestra il minutaggio in modo democratico, eppure la stella polare resta lei: madre e moglie che, per gran parte della vita, ha finito per dimenticare che esisteva “anche un mondo lì fuori”. Ora, nella condizione più assurda e definitiva possibile, Joan è chiamata a una scelta che è insieme sentimentale e identitaria: vuole essere felice alle sue condizioni senza sacrificare ciò che prova, ma non può portare entrambi gli amori nella sua eternità.
Eternity diventa così il racconto di un balletto commovente e ironico, scatenato e a tratti folle: due spasimanti che incarnano due forme diverse di sentimento, e una donna indecisa che cerca la configurazione giusta per non tradire nessuno, nemmeno sé stessa. Luke è l’amore idealizzato, puro e terribile nella sua assolutezza, l’uomo che ha aspettato la vita intera (e oltre). Larry è l’amore terrestre, rassicurante, quello costruito nella quotidianità e nel tempo lungo. Il film suggerisce qua e là una terza possibilità: che Joan scelga sé stessa. La scelta arriva, ma raccontarla significherebbe rovinare la traiettoria emotiva; ciò che conta è come viene costruita. Freyne valorizza l’indipendenza di Joan senza negarle la pienezza del sentimento, evitando sia l’ammiccamento facile del “pseudofemminismo” sia la ricaduta retrograda nelle dinamiche di coppia: qualunque direzione prenda, la decisione è umana, sincera, vera.
In questo senso, Eternity dialoga apertamente con una tradizione precisa: le “storie sull’aldilà” a vocazione esistenziale-sentimentale. Vengono in mente Il cielo può attendere (1943), L’inafferrabile signor Jordan (1941) e il remake del 1978 Il paradiso può attendere, il sottovalutato Prossima fermata: paradiso (1991) e soprattutto Scala al paradiso (1946). Sono film che hanno usato la commedia romantica per parlare della condizione umana attraverso l’idea di un oltre. Ma, per quanto più maturi e compiuti rispetto al pur validissimo film di Freyne, erano spesso “a trazione maschile”, con l’eccezione significativa di Prossima fermata: paradiso, dove la centralità di Meryl Streep e la sensibilità di Albert Brooks spostavano gli equilibri. Eternity si inserisce nello stesso filone, ma lo rilegge mettendo al primo posto l’elemento femminile: non come slogan, ma come asse narrativo.
Il rispetto per i personaggi femminili non riguarda solo Joan. Anna, interpretata da una Da’Vine Joy Randolph in stato di grazia, è un dispositivo narrativo efficacissimo: ultraterrena, eppure più umana degli umani. È lei a rendere tangibile l’assurdità dell’ambientazione senza schiacciare la storia sotto il peso delle regole, e allo stesso tempo a far filtrare una verve che alleggerisce il dramma senza neutralizzarlo. Anche Teller e Turner, pur non essendo il cuore del film, portano in scena con credibilità due linguaggi dell’amore e, soprattutto, trovano un’alchimia che permette allo scontro di non ridursi a una partita truccata. Restano sempre umani, persino quando di umano intorno a loro c’è ben poco.
Sul piano visivo, il lavoro con il direttore della fotografia Ruairí O’Brien contribuisce a quel mix di realismo e fantastico che Freyne e Cunnane avevano in testa in fase di scrittura. Il film è sobrio nel ritmo, ma sopra le righe negli sfondi: un universo esuberante che però non si spinge fino in fondo dove potrebbe, e questi limiti, per quanto impercettibili, si avvertono soprattutto nel finale. La frizione è voluta: personaggi che si muovono come se fossero nel mondo reale dentro un oltretomba stilizzato e quasi “di design”. All’inizio può risultare straniante, ma dura poco, perché proprio quella dissonanza permette al film di arrivare a un tema antichissimo con una freschezza inattesa: quanto l’amore finisca per definire ogni centimetro cubo della nostra esistenza.
Eternity non ha l’ambizione, né forse la forza strutturale ed emotiva, per essere feroce novità. I modelli illustri del genere si sentono e ne governano in parte atmosfera, dinamiche e caratterizzazioni. Ma è anche vero che, accettando di ridiscutere i rapporti di forza tra i personaggi e rimettendo la scelta nelle mani di una protagonista femminile complessa, il film trova il suo spazio: è una nuova versione di una vecchia storia. E in tempi in cui la vecchia storia sembra spesso smarrita, ritrovarla così può bastare.












