Home NewsI film del 2025 che stanno riscrivendo le regole del cinema: da Michael B. Jordan che interpreta due gemelli a Jennifer Lawrence senza freni.

I film del 2025 che stanno riscrivendo le regole del cinema: da Michael B. Jordan che interpreta due gemelli a Jennifer Lawrence senza freni.

C'è un paradosso affascinante che attraversa il 2025 cinematografico come un fulmine a ciel sereno: mentre l'industria continua a gridare al disastro tra botteghini anemici e sale vuote, il cinema non è mai stato così vivo, così audace, così necessario.

by Mauro Terrone

È come se la crisi economica di Hollywood avesse paradossalmente liberato gli artisti, spingendoli a creare opere che sfidano ogni convenzione e ridefiniscono cosa significhi raccontare storie sullo schermo. La critica del New York Times lo ha detto senza mezzi termini: ciò che conta davvero per noi spettatori non è il bilancio delle major, ma l’arte che continua a emergere nonostante tutto. E quest’anno l’arte ha risposto presente con una forza devastante, regalandoci non solo grandi film ma performance che rimarranno impresse nella memoria collettiva per anni.

Al vertice di questa rinascita creativa si colloca Sinners di Ryan Coogler, definito dalla critica come uno dei film più elettrizzanti dell’anno. Ambientato nel Mississippi degli anni Trenta durante l’era Jim Crow, il film sfida ogni aspettativa fondendo generi diversi in una storia d’orrore unicamente americana che parla di razza e resistenza, arte e comunità. Ma è Michael B. Jordan a elevarsi a nuove vette interpretative, incarnando due gemelli identici con tale maestria che gli spettatori si chiedono se stiano davvero guardando lo stesso attore.

Jordan dà vita ai fratelli Moore, Smoke e Stack, proprietari di un juke joint la cui grande inaugurazione si trasforma in un massacro. Non si tratta semplicemente di una prova tecnica impressionante: l’attore costruisce due personalità così distinte che quando Smoke esita prima di colpire suo fratello trasformato in vampiro, e Stack lo perdona per ciò che deve fare, non vedi più il sangue che li circonda. Vedi solo il cuore pulsante del film, una fratellanza che trascende anche la morte.

Il panorama britannico non è da meno, con il Guardian che ha stilato una lista di 50 film eccezionali che hanno caratterizzato l’anno nel Regno Unito. Tra questi spicca Bugonia di Yorgos Lanthimos, una commedia macabra sulle teorie del complotto che vede Emma Stone nei panni di una possibile aliena, affiancata da un superbo Jesse Plemons. Il regista greco continua il suo percorso di esplorazione del grottesco e dell’assurdo, confermandosi come una delle voci più originali del cinema contemporaneo.

Ma se c’è una performance che ha lasciato critici e pubblico letteralmente senza fiato, è quella di Jessie Buckley in Hamnet, l’adattamento di Chloé Zhao del bestseller di Maggie O’Farrell. L’attrice irlandese interpreta Agnes, la moglie di William Shakespeare, e la sua interpretazione è stata descritta come un perfetto equilibrio tra sfumature sottili ed espressionismo totale. L’urlo di angoscia che il suo personaggio emette nel riconoscere la morte del figlio è straziante, mentre l’affetto per i suoi bambini e la rabbia verso il marito convivono in un’alchimia interpretativa di rara precisione.

Quando Agnes entra confusa e intontita nel Globe Theatre per assistere all’Amleto e sperimentare qualcosa vicino alla catarsi, Buckley riesce nell’impossibile: far vedere una luce che brilla dall’interno del suo personaggio. È il tipo di lavoro attoriale che ridefinisce le aspettative su come rappresentare qualcuno che riscopre la propria anima dopo averla creduta perduta per sempre.

Paul Thomas Anderson torna con Una battaglia dopo l’altra un film che secondo il New York Times è americano come la torta di mele e l’anti-autoritarismo. Il dramma si apre con un gruppo sgangherato di aspiranti rivoluzionari che liberano migranti da un centro di detenzione, e quello shock iniziale riverbera per tutta la durata del film. Al centro della narrazione c’è Leonardo DiCaprio nei panni di un membro bruciato del movimento, svegliato dalla sua routine intorpidita di cannabis come il fantasma del radicalismo passato per un’altra battaglia, una che altri stanno combattendo molto meglio di lui.

Ma è la coppia improbabile formata da Sean Penn e Teyana Taylor a dominare il primo atto del capolavoro di Anderson. Taylor è la prima persona che vediamo sullo schermo, che avanza con precisione e determinazione, destinata a guidare la rivoluzione con ogni mezzo necessario. Quando incontra il suo opposto morale nel suprematista bianco aspirante di Penn, ci si aspetterebbe che lo elimini senza pietà. Invece, lo lascia in uno stato di ossessione machista che sarà la rovina di entrambi.

Uno di questi attori è sintonizzato a un livello che non si vedeva da anni, l’altra sta appena iniziando una carriera cinematografica che promette molto di più. Il loro doppio atto, per quanto breve, è ciò che mette in moto l’intera battaglia perpetua del film.

Jennifer Lawrence raggiunge nuove vette di audacia interpretativa in Die My Love di Lynne Ramsay, la cronaca di una neo-madre che lentamente perde la ragione. La parola che meglio descrive ciò che Lawrence fa in questo film non è solo coraggiosa o audace, ma libera. L’attrice si siede su uno scaffale in un frigorifero aperto sputando birra dalla bocca come una fontana, si aggira a quattro zampe annusando il partner come una pantera in calore, pugnala oziosamente il terreno con un coltello da macellaio mentre l’altra mano scivola nei pantaloni.

Non è solo impegno totale nell’incarnare una donna che non è sull’orlo di un esaurimento nervoso ma già profondamente dentro uno in corso. È assistere a quel tipo di flusso nella zona che normalmente si associa ai solisti jazz e agli atleti professionisti. Lawrence è liberata da qualsiasi cosa assomigli a proprietà o autoconsapevolezza, dando vita a una delle prove più viscerali e sconvolgenti dell’anno.

Dopo otto anni di assenza, Daniel Day-Lewis torna sullo schermo in Anemone, il debutto alla regia di suo figlio Ronan Day-Lewis. Il tre volte premio Oscar interpreta un ex soldato britannico che vive in un esilio autoimposto, e la sua presenza ricorda dolorosamente quanto il cinema sia stato più povero senza di lui. Dalle prime sequenze in cui il suo stoico recluso accoglie con diffidenza il fratello interpretato da Sean Bean, fino al suo monologo esilarante e sporco sulla vendetta scatologica, Day-Lewis è completamente nel suo elemento.

Il risultato è qualcosa che sembra sia tecnicamente meticoloso che completamente spontaneo, un equilibrio che solo i grandi maestri riescono a raggiungere. Che questo sia l’inizio di un nuovo capitolo o il suo canto del cigno finale, Day-Lewis ci ricorda perché è considerato uno dei più grandi interpreti di sempre.

Steven Soderbergh contribuisce al panorama con Black Bag, un thriller di spionaggio serrato che vede Michael Fassbender e Cate Blanchett in una coppia di agenti segreti la cui chimica sullo schermo aggiunge profondità a ogni scena. Il regista dimostra ancora una volta la sua capacità di estrarre performance calibrate e intense dai suoi attori, inserendole in una narrazione che tiene lo spettatore col fiato sospeso.

Dal Regno Unito emergono anche gioielli meno conosciuti ma altrettanto significativi. Blue Moon vede Ethan Hawke interpretare con brillantezza camp e un look criminale il paroliere Lorenz Hart mentre sprofonda nella disperazione dopo la separazione da Richard Rodgers, nell’ultima collaborazione con Richard Linklater. Happyend di Neo Sora mescola romance adolescenziale e sorveglianza paranoica nel suo affascinante debutto ambientato in un oppressivo Giappone del prossimo futuro.

I Swear porta sullo schermo la storia commovente di John Davidson, l’uomo che ha insegnato alla Gran Bretagna la sindrome di Tourette, mentre Homebound di Neeraj Ghaywan offre uno studio emotivamente ricco di amici nell’India rurale che cercano di tornare a casa durante la pandemia. The Librarians di Kim A Snyder documenta le eroiche difensore dei diritti dei giovani lettori che affrontano attacchi della destra conservatrice.

Motherboard di Victoria Mapplebeck cuce insieme 20 anni di filmati in una video lettera d’amore al figlio, osservando l’intera vita del ragazzo finora. The Kingdom, ambientato in Corsica, vanta performance straordinarie da attori al loro debutto seguendo un’adolescente che scopre e si crogiola nel suo status di figlia nobile di un boss criminale.

Ciò che emerge da questo straordinario panorama cinematografico è una verità semplice ma potente: mentre l’industria di Hollywood si dibatte tra crisi esistenziali e bilanci in rosso, i veri cineasti stanno creando opere che parlano direttamente all’anima dello spettatore. Sono film che non chiedono permesso, che non si accontentano di formule sicure, che osano esplorare territori emotivi ed estetici inesplorati.

Il 2025 ci ha regalato vampiri nel Mississippi degli anni Trenta con una colonna sonora blues, madri che perdono la ragione in modi viscerali, soldati solitari che ritrovano la loro umanità, rivoluzionari bruciati che si risvegliano per un’ultima battaglia. Ci ha dato performance che ridefiniscono cosa significhi recitare, registi che continuano a spingersi oltre i confini del possibile, storie che risuonano con l’urgenza del nostro tempo.

La lezione è chiara: il futuro sostenibile del cinema non risiede in blockbuster calcolati al millimetro o sequel preconfezionati, ma nel coraggio di dare spazio a visionari come Ryan Coogler, Lynne Ramsay, Paul Thomas Anderson e Chloé Zhao. Sono loro i guerrieri che stanno salvando non l’industria, ma qualcosa di infinitamente più prezioso: il cinema come forma d’arte capace di illuminare, provocare, trasformare.

E mentre i contabili di Hollywood continuano a lamentarsi dei numeri al botteghino, noi spettatori sappiamo la verità: non è mai stato solo questione di soldi. È sempre stata questione di magia, quella che accade quando le luci si abbassano e sullo schermo prende vita qualcosa di più grande di noi. Il 2025 ci ha ricordato che quella magia è più viva che mai.

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